Italia !== Silicon Valley
“Grazie al ca@@o, non se n’era accorto nessuno, dovevi scriverci un post?”
No, é vero, non c’é bisogno di un post, ma penso che il problema sia profondo e debba essere analizzato meglio. Come tutti i sabati sono andato a prendere del sushi d’asporto, come tutti i sabati mentre aspettavo mi sono letto gli ultimi tweet, fra le mille cose questo post di Massimo Sgrelli ha catturato la mia attenzione, l’ho letto accuratamente e mi é partito il rant
Premesso che non conosco Massimo (male, mi piacerebbe conoscerlo), premesso che gli faccio comunque i complimenti per l’iniziativa (parlare é facile, fare lo é decisamente meno), premesso che la digestione del sushi non aiuterà le mie capacità cerebrali, devo dire che non concordo per niente con quello che ha scritto, ma proprio per niente
[...] mi accorgo che anche da noi alcuni paladini visionari del mondo che sta arrivando sono impegnati anima e corpo nella creazione di strutture in grado di coltivare e diffondere la cultura delle startup: Riccardo Donadon, Luigi Capello, Francesco Inguscio, Emil Abirascid e tanti altri ancora. Ognuno di loro sta sperimentando modi diversi per far maturare il nostro tessuto imprenditoriale giovanile nella convinzione che il prossimo Skype possa nascere e diffondersi a partire anche dall’Italia
Stiamo scherzando? Ma quale Skype? Ma quale Facebook? Ma quale Twitter? Qui non ci sono le risorse per fare bene neanche il sito del mio salumiere!?!?! Faccio notare che tutti questi signori hanno un modello di business a perdere, nel senso che per anni bruciano quantità inimmaginabili di denaro sia per acquisire che per mantenere un numero sempre maggiore di utenti per il semplice fatto che milioni di utenti hanno un valore a se stante, un valore che prescinde dal servizio erogato.
Questi dovrebbero essere proprio gli esempi da evitare, per tre ragioni:
- In Italia quel tipo di soldi per queste cose non ci sono e non ci saranno (sicuramente non nei prossimi anni), e anche se ci fossero prego tutti gli Dei degli uomini che non vengano utilizzati per questo. In Italia abbiamo bisogno di successi, tanti successi, abbiamo bisogno di dimostrare che investire in questo settore può essere una concreta forma di guadagno. Dirò di più, anche un grande successo isolato non sarebbe utile, per dare fiducia serve continuità e metodo, di SuperEnalotto ne abbiamo già uno e ci basta
- Se di soldi da investire ce ne sono pochi, e penso che su questo siamo tutti d’accordo, logicamente scegliereste tanti piccoli investimenti in business concreti portati avanti da persone che hanno alle spalle anni di successi professionali, o in pochi e grossi investimenti in idee “geniali” dove se ti va bene fai il botto? Ripeto, già ce l’abbiamo il SuperEnalotto
- Questi business sono parassitari, lo scopo é quello di accumulare utenti per poi venderli (sto parlando dei loro dati ovviamente) al miglior offerente. Insomma fuffa che verrà usata per vendere altra fuffa, ecc…, come ho già detto più volte non sono un economista, ma il mondo non può campare di social network, il mondo non può vivere di veline, ci vuole quello che zappa la terra e tira fuori le patate (ops… velina… patata, giuro che non era intenzionale), questa é l’economia del nulla, é l’economia del cravattato duepuntozero. Possiamo andare oltre ed investire in business che creano valore per chi li usa?
Io mio rendo conto che la differenza maggiore tra noi e gli USA sta nel fatto che il processo di maturazione del talento imprenditoriale e l’ingresso nel mondo del lavoro dall’altra parte dell’oceano inizia molto prima che da noi. A 22 anni le persone sono già da qualche tempo in campo, il riscaldamento è ormai fatto ed i muscoli sono già ben visibili. Le persone a quell’età hanno già il fiato e la determinazione sufficiente a reggere l’intera partita e forse anche i supplementari. Allora mi chiedo se non ci sia un modo per affiancare al lavoro che i vari incubatori stanno facendo un modello diverso di “training” dei talenti, una palestra sul mondo del lavoro che li prepari a cambiare il sistema con la forza e determinazione dei big. Prendere i giovani 24 o 25-enni non è forse sufficiente, perché la loro vena creativa e forse anche di incoscienza è in fase troppo avanzata e si è quasi tutta consumata nelle aule dell’università
Ho i brividi ovunque e giuro che il sushi non c’entra. Penso che in Italia le risorse siano poche, non c’é spazio per il prossimo social network, ne per i mash-up dei social network già esistenti :-). Penso che in Italia ci sia bisogno di successi rapidi e concreti, di progetti con modelli di business win/win == l’utente paga X perché tu gli fai guadagnare/risparmiare Y dove Y >> X. Penso che in Italia i 19-enni buttati allo sbaraglio nel mondo dell’informatica abbiano fatto sufficienti danni (mi ci metto dentro anch’io), non abbiamo bisogno di altri 19-enni, abbiamo bisogno che quei pochi 30/40-enni che sono restati si mettano insieme e dimostrino che l’eccellenza fa la differenza, abbiamo bisogno che quei pochi 30/40-enni che sono restati passino la loro conoscenza a quei 19-enni la cui unica colpa é quella di non sapere di non sapere. Penso che in Italia non ci sia assolutamente bisogno di creatività, non c’è bisogno d’inventarsi cose nuove, basterebbe fare bene le migliaia di servizi che ad oggi sono implementati in maniera oscena, quelle stessi servizi che invece di creare valore sono dei debiti senza fine.
Insomma, l’Italia non é la Silicon Valley e fin qui ci siamo, quello che volevo dire é che sarebbe un errore gravissimo tentare di diventarlo, non ci sono neanche lontanamente i presupposti minimi, possiamo fare cose meravigliose ma dobbiamo partire da quello che abbiamo e dobbiamo sfruttarlo al massimo, vedetela così, costruireste un palazzo di 40 piani su delle fondamenta di legno marcio?
