Open Source is Dead

10 April, 2007 (10:56) | opensource, web2.0

La rivoluzione sociale e tecnologica che sta portando il “Web 2.0″ è sotto gli occhi di tutti. Si parla di Refactoring 2.0, Agile 2.0, tutto viene etichettato con il suffisso 2.0 per indicare un’evoluzione influenzata da quella che potremo definire come una nuova coscienza tecnologica.

La definizione di un fenomeno talmente vasto e talmente complesso come quello del “Web 2.0″ va al di la degli scopi di questo post (e di questo blog), quello di cui vorrei parlare è dell’influenza che questo movimento potrà avere sull’Open Source. L’altro giorno ho letto un post di Dare Obasanjo di cui pubblico un estratto

One of the primary benefits to customers of using Open Source software is that it denies vendor lock-in because the source code is available and freely redistributable. This is a strong benefit when the source code is physically distributed to the user either as desktop software or as server software that the user installs. In both these cases, any shabby behavior on the part of the vendor can lead to a code fork or at the very least users can take matters into their own hands and improve the software to their liking.

Things are different on the “Web 2.0″ world of social software for two reasons. The obvious one being that the software isn’t physically distributed to the users but the less obvious reason is that social software depends on network effects. The more users you have, the more valuable the site is to each user

Mi trovo in netto disaccordo con questa teoria e vi spiegherò il perchè

  • Lo spirito di condivisione “sociale” del “Web 2.0″, quello che in molti chiamano glocalization, è una delle spine dorsali dell’Open Source ed in particolare del Free Software, quindi da un punto di vista sociologico filosofico i due fenomeni sono perfettamente allineati
  • Va bene fantasticare sul cyberspazio, sulla coscienza condivisa, fusione uomo macchina, ecc… ma non dimentichiamoci dell’infrastruttura tecnologica che regge tutto questo fenomeno. Anche se le singole applicazioni possono non essere OS cosa mi dite: dei sistemi operativi, dei web server, dei database, dei linguaggi di programmazione utilizzati per sviluppare quelle applicazioni, dei browser, di tutta l’infrastruttura che permette al web di esistere?
  • Cosa succederebbe se considerassimo i dati alla stregua del codice sorgente? Non è una novità, la maggior parte dei linguaggi di programmazione funzionale fa proprio questo concetto dandogli anche un nome (REPL). Quindi “social software depends on network effects. The more users you have, the more valuable the site is to each user” non vale anche per i progetti OS tradizionali? L’unica cosa che cambia è l’oggetto della condivisione, da una parte codice, dall’altra dati, e abbiamo visto che la differenza è sottile. Differenza che si fa ancora più sottile in casi come i seguenti
    • Yahoo Pipes dove l’oggetto della condivisione è codice scritto in un linguaggio visuale. Ogni “pipe” utilizza delle sorgenti di dati eterogenee per produrre una nuova sorgente di dati, lo scopo è quello di utilizzare i servizi già esistenti in rete (google map, linked-in, amazon, ecc…) per produrne di nuovi (Mesh-Up). Le “pipes” create possono essere sia importate per essere modificate, sia utilizzate come sorgenti di dati per altre pipes (in pura filosofia Unix da cui il nome dell’applicazione)
    • Uno dei fondamenti del “Web 2.0″ è la condivisione dei dati, la fusione dei dati, l’estrazione dell’informazione dai dati. Una piattaforma distribuita di Data Mining dove le macchine hanno il compito di gestire i dati e gli umani hanno il compito di sintetizzarne informazione. Per renderlo possibile queste applicazioni devono garantire una facile accessibilità ai dati, permettendo agli uomini di poterli elaborarle ed eventualmente di reimmeterli nel sistema. Dabble DB ha pensato per questo al Plug-Out, ovvero ad un meccanismo che permette all’utente di rielaborare i suoi dati in real-time estendendo l’applicazione in maniera non invasiva
    • Le nostre libertà vengono garantite anche grazie al fatto che i dati sono: in un formato standard (XHTML, XML, RSS, …), vengono trasmessi attraverso protocolli standard (HTTP, HTTPS, …) e sono fruibili attraverso piattaforme libere (Firefox). Questa libertà può essere espressa attraverso applicazioni come Greasemonkey che ci danno la possibilità di modificare in real-time ogni dato che viene spedito al nostro browser
  • Dare si chiede che senso può avere produrre dei cloni OS delle applicazioni web esistenti, io mi chiedo se ha mai avuto a che fare con una banca. Nonostante la condivisione e la continua elaborazione sociale dell’informazione abbia un grandissimo valore in ambito enterprise, la loro adozione viene rallentata proprio perchè non ce la vedo una banca a dare i propri dati e le proprie informazioni a Google o ad altri. Quindi è proprio l’ambito enterprise un futuro cliente per questi cloni OS, proprio perchè liberamente installabili, configurabili, utilizzabili e modificabili (provate a pensare per esempio all’addozione dei Wiki)

Come ultima cosa vorrei vedere come le libertà fondamentali di Stallman possono essere applicate nel contesto delle applicazioni “Web 2.0″

  • “Freedom zero is the freedom to run the program as you wish, for any purpose”. Prendendo con le pinze quel for any purpose, direi che ci siamo
  • “Freedom one is the freedom to study the source code of the program and change it to do what you wish”. Abbiamo visto che possiamo considerare i dati come sorgenti, abbiamo visto che la condivisione dei dati e la loro elaborazione è uno dei fondamenti del “Web 2.0″, abbiamo visto che l’utilizzo degli standard ci da la possibilità di modificare ogni applicazione (Greasemonkey), abbiamo visto come alcune applicazioni supportino direttamente questa libertà (Yahoo Pipes, Dabble DB)
  • “Freedom two is the freedom to help your neighbour. That’s the freedom to make copies and distribute them to others, when you wish”. Considerando i dati e le informazioni come il vero valore che viene dato agli utenti, mi sembra che non ci siano dubbi
  • “Freedom three is the freedom to help your community. That’s the freedom to distribute or publish modified versions, when you wish”. Come sopra

Tirando le somme direi che stiamo assistendo ad un’evoluzione dell’Open Source e non alla sua morte, nuovi modi di esprimersi, nuovi modi di condividere e migliorare. “L’Open Source è morto, viva l’Open Source!”

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